Si dice spesso che dietro le guerre ci sia il petrolio. Ed è vero: le risorse contano, eccome. Ma ridurre tutto a questo è troppo semplice. La vera domanda è un’altra: cosa spinge oggi gli Stati a mettere in discussione equilibri che sembravano consolidati?
C’è un concetto che credevamo archiviato con il secondo dopoguerra e che invece è tornato con forza: il sovranismo.
Non parlo dell’idea sana di autodeterminazione dei popoli, ma della sua deriva. Ovvero la convinzione che ogni Stato debba affermare sé stesso al di sopra di ogni regola condivisa, oltre la cooperazione internazionale e fuori dagli equilibri costruiti nel tempo. Quando questa visione prende il sopravvento, il dialogo viene percepito come debolezza e il compromesso come un tradimento.
In questo contesto, gli organismi internazionali vengono progressivamente svuotati, le alleanze diventano fragili e il conflitto torna a essere uno strumento “accettabile”. Non è solo una questione economica: è una questione di visione del mondo.
Il punto non è negare gli interessi nazionali, ma comprendere che senza regole comuni e senza cooperazione, quegli stessi interessi finiscono inevitabilmente per entrare in collisione.
La storia lo ha già dimostrato. La differenza, oggi, è che non possiamo permetterci di dimenticarlo.